Operazioni principali di un restauro di
dipinti su tele
Smontaggio dal telaio
Velinatura
Pulitura del retro del dipinto
Costruzione nuovo telaio in legno di abete con zeppe
Preparazione telaio
Foderatura
Stiratura
Svelinatura
Montaggio del dipinto sul telaio definitivo
Pulitura
Stuccatura
Verniciatura
Operazioni
principali di un restauro su tele di grandi dimensioni
Rilievo grafico dei teli
Distacco dei teli lungo le cuciture
Pulitura del retro dei teli
Inserimento tasselli di tela dello stesso spessore e
trama nelle mancanze
Pulitura del supporto, eliminazione colle, chiodi
Consolidamento del supporto
Incollaggio di una tela sul supporto con colla vegetale
Applicazione dei teli sulla tela con colla con fissaggio
punti
Stuccatura buchi e fessure
Reintegrazione pittorica e fissaggio colore
Eliminazione punti metallici
verniciatura
Operazioni
principali di un restauro di affreschi
Rimozione dello scialbo
Fissaggio del colore
Consolidamento degli intonaci con adesivo nebulizzato
Pulitura del colore
Rimozione delle ridipinture
Consolidamento intonaci mediante inezione di malta
idraulica
Stuccatura parti mancanti
Integrazione pittorica con pigmenti
Costruzione zone neutro con malta di grassello di calce e
sabbia
Operazioni
principali di un restauro di una scultura lignea
Velinatura delle parti di colore sollevate
Disinfestazione con biocidi
Risarcimento ligneo
Consolidamento essenza lignea
Pulitura pellicola pittorica
Stuccatura lacune e mancanze e lisciatura
Integrazione pittorica e patinatura
TELE
L'uso della tela di lino o di canapa, si afferma nella
prima metà del secolo XV nei Paesi Bassi. In Italia
compare per la prima volta a Venezia, nella seconda metà
del secolo XV, dove l'uso della tela fu accettato a causa
della facile deteriorabilità della pittura su tavola e
perché permetteva di realizzare dipinti di varie
dimensioni, anche molto grandi.
L'introduzione della tela su telaio consentì inoltre un
uso migliore della tecnica della pittura ad olio, grazie
anche al ricorso ad una imprimitura più leggera e
all'introduzione di resine più molli rispetto a quelle
usate dai fiamminghi negli impasti; la maggiore facilità
di lavorazione della materia pittorica favorì la
diffusione della pittura: il pittore infatti poteva ora
spostarsi con facilità perché con la tela ed i colori
aveva già tutto quanto gli occorreva per dipingere.
Generalmente le tele oggi in commercio hanno una
preparazione cosiddetta "universale", cioè
composta principalmente da colle sintetiche e gesso e
possono essere utilizzate in ogni tipo di tecnica
pittorica (olio, acrilico, ecc.).
Tradizionalmente per pittura ad olio vengono utilizzate
le tele di lino, che sono spesso trattate con una
preparazione "grassa composta da colla animale
che permettono una migliore coesione dei colori ad olio
(quindi grassi) con il supporto della tela. La tela è
lavorata più volte prima di essere pronta a ricevere le
ultime spalmature. La spalmatura ad olio trattamento
squisitamente tradizionale, quando spalmata a mano ed
essiccata all'aria aperta, è una preparazione dove il
legante è l'olio di lino; su questa base i colori a olio
trovano il supporto più idoneo per aderire. Solitamente
reperibili in diversi tipi di tessitura (grana grossa,
media, fine o extra fine) che ne determinano la qualità
e il costo, le tele di lino sono considerate le migliori
in assoluto per la trama fine e per la resistenza ai
cambiamenti d'atmosfera. Inoltre, la tessitura fitta di
questo tipo di tela conferisce un'alta resistenza alle
trazioni. E' per questo motivo molto indicata anche per
opere di grandi dimensioni, che notoriamente necessitano
di frequenti montaggi.
La tela misto lino, è realizzata in lino e cotone, e
presenta più o meno le stesse caratteristiche della tela
di lino, ma è più economica rispetto alla tela di lino
100%. Nel caso si utilizzino colori acrilici (magri),
generalmente si opta per una tela trattata con la
preparazione "universale, cioè composta
principalmente da colle sintetiche e gesso, ciò
significa che possono essere utilizzate in ogni tipo di
tecnica pittorica (olio, acrilico, ecc.), nel caso
quindi, si utilizzino colori acrilici (magri), è
opportuno assicurarsi che la tela prescelta sia trattata
con la preparazione "universale".
La tela di cotone, come quella di lino, ha come
caratteristica una tessitura molto stretta ma a
differenza di questa è molto sensibile alle variazioni
climatiche e all'umidità, particolarmente conveniente,
risulta però molto sensibile alle trazioni. Le tele di
cotone possono essere tese, una volta montate su telaio,
inumidendole sul retro in modo uniforme con acqua tiepida
utilizzando una spugna. Una volta asciugata, la tela
sarà perfettamente tesa. Questo stesso procedimento può
essere utilizzato qualora si verifichino ammaccature.
La tela misto cotone è una tela realizzata con fibre di
cotone miste a fibre sintetiche. Il nylon presente nella
trama dà spesso luogo ad indesiderati riflessi di luce.
Molto suscettibile alle trazioni, una volta deformata
difficilmente torna tesa.
La tela di Juta è una tela dalla trama molto robusta che
presenta nodi irregolari e sporgenti ed è appositamente
scelta da chi desidera raggiungere particolari effetti
"a rilievo" nelle proprie opere. In ultimo è
opportuno accennare anche all'esistenza in commercio di
particolari tele, sintetiche al 100%, realizzate con
fibra di nylon di alta qualità che, anche in caso di
applicazioni in esterno, risultano immuni ad agenti
atmosferici e batterici.
COLORI e PIGMENTI
Il cerchio diviso in 12 settori viene chiamato
"Cerchio cromatico e rappresenta la gamma di
colori che si possono ottenere mescolando i colori
primari (giallo, rosso e blu) che per loro natura sono
impossibili da riprodurre mediante mescolanza. I colori
primari, mescolati con i colori intermedi, danno
sfumature che variano a seconda della posizione che
occupano rispettivamente nello spettro. Se sono vicini,
la mescolanza ricorda l'uno e l'altro. Per esempio: Blu +
verde = blu verdastro; Blu + viola = blu violaceo; Giallo
+ verde= giallo verde; Giallo + arancione = giallo
arancio ecc. Se i due colori non sono vicini sul cerchio
cromatico, la loro mescolanza tende al grigio, si ottiene
quindi il grigio mescolando: Blu e arancione; Giallo e
viola e Rosso e verde.
I PIGMENTI (colori)
I pigmenti, sono chiamati comunemente "terre"
in quanto la maggior parte dei colori tradizionali
provengono da giacimenti naturali. La chimica industriale
successivamente ha fornito alla produzione artistica
prodotti sempre più sofisticati e chimicamente puri, che
hanno permesso l'offerta di colori su scala industriale.
La tecnologia ha inoltre permesso la produzione di
pigmenti affidabili ad imitazione dei colori più
costosi. I pigmenti possono essere di diversa origine:
minerale o organica, naturale o di sintesi. Attualmente i
pigmenti (circa il 95%) sono di origine sintetica e molte
sono le varietà a disposizione:
Bianco di Titanio: biossido di titanio. Stabilità
perfetta. Bianco azzurrognolo. Il più coprente ed il
più potente (alto potere degradante).
Bianco di Piombo: crea una pellicola morbida e
resistente. Asciuga bene rimanendo morbido. La sua pasta,
molto untuosa, permette un grafismo preciso. L'opacità,
anche se inferiore a quella del bianco di titanio, tende
a diminuire con il tempo per questo si consiglia di
utilizzarlo in un certo spessore.
Bianco di Zinco: meno opaco degli altri, è un bianco
abbastanza freddo. Serve per creare opalescenze,
velature, nebbie, fumo e per degradare un colore senza
renderlo troppo opaco. Si consiglia di utilizzarlo in
strati sottili.
Bianco di Titanzinco: il Bianco di zinco favorisce la
siccatività del Bianco di Titanio, ne migliora
l'untuosità della pasta e crea un film più robusto. Il
Bianco di Titanio aggiunge opacità.
Cadmi: ottimo potere coprente e colorante. La loro
stabilità alla luce è ottima. I gialli di cadmio sono
dei solfuri di cadmio. Le sfumature più chiare possono
contenere sulfuri di zinco che mescolati al blu danno
bellissime sfumature. La loro vivacità di tinta è
notevole. I rosii sono a base di seleniuri di cadmio o di
solfo-seleniuri di cadmio.
Azoici: sono dei pigmenti organici e in genere di colore
giallo, arancione o rosso. Sono pigmenti molto stabili
alla luce.
Ossidi di Ferro: sono di origine naturale o sintetica. I
naturali sono terre lavate e decantate. Al contrario
degli azoici e dei cadmi sono tinte smorte. Permettono
mescolanze cupe e una bella gamma di marroni e di grigi.
Sono pigmenti semiopachi.
Quinacridoni: sono pigmenti che vanno dal rosso al viola
e presentano una grande stabilità alla luce. Sono
compatibili con tutti i pigmenti e il loro potere
colorante è veramente notevole. I toni porpora
permettono di ottenere i viola più belli ed i toni rossi
gli arancioni più vivaci. Sono perfettamente stabili,
ben coloranti e semitrasparenti.
Ftalocianidi: devono le loro speciali caratteristiche
alla natura molto stabile della molecola di ftalocianina.
I verdi di ftalocianina sono ottenuti a partire dai blu
la cui struttura è modificata dal bromo o dal cloro.
Sono trasparenti, molto coloranti e perfettamente stabili
con tutti gli altri pigmenti.
Nero d'Avorio: è un nero molto caldo e come tutti i neri
carbone è poco siccativo. Se ne raccomanda l'utilizzo in
strati sottili.
Nero di Marte: è un nero molto siccativo, opaco e ad
alto potere colorante.
Nero di Pesca: si ottiene calcinando e macinando i
noccioli di pesca o di altri frutti. E' un nero molto
caldo.
Nero Freddo: è un nero opaco con sfumatura azzurrognola.
Cobalti: Questi pigmenti sono indistruttibili e sono
compatibili con tutti gli altri ma hanno un potere
coprente e colorante ridotto. Bisogna evitare le
impastature con questi colori poiché essiccano molto
lentamente.
Gialli di Cromo: hanno la qualità di essere opachi e di
avere un elevato potere colorante.
IMPRIMITURA (preparazione della tele)
Gli antichi riponevano una notevole cura nella
preparazione dei suppporti che dovevano ricevere la
pittura. Vi sono diversi tipi di imprimiture che variano
a seconda dei materiali usati ed a seconda dei supporti.
I legni usati generalmente per le tavole erano di pioppo
(nella scuola italiana con maggiore frequenza) o di
quercia (quest'ultimo più usato dai fiamminghi). Poi si
passò progressivamente all'uso di tele di canape o di
lino (già molto prima del cinquecento si usavano tele
incollate alle tavole, anche il cennini ne parla: il loro
uso era antichissimo). L'uso delle tele sostenute da
telai fu man mano preferito alle pesanti tavole. Il
motivo è che quest'ultime permettevano di realizzare
grandi quadri facilmente trasportabili per la leggerezza.
Sono documentate varie tipologie di imprimiture
realizzate a seconda del supporto. L'esigenza primaria
delle imprimiture su tela comunque a differenza di quelle
su tavola era evidentemente la necessità di una maggiore
elasticità probabilmente ottenuta con colle di glutine e
l'uso di olio nell'impasto. Quindi a seconda del
suppporto e della bottega potevano essere usate
metodologie e dosaggi diversi. Tra le numerose tipologie
di imprimiture ve ne sono anche di documentate con colla
di farina di frumento con l'aggiunta di gesso o creta
(carbonato di calce). Una imprimitura adatta per le
tavole poteva per esempio essere costituita da colla di
formaggio (caseina) e gesso. Si passava poi
presumibilmente ad una seconda imprimitura di grafite e
di nero di vite sciolta in una leggera quantità di olio.
Quest'ultimo aveva una funzione anche di riduzione
dell'assorbimento del gesso e quindi questo contribuiva
ad una migliore saturazione dei colori mantenedone una
buona brillantezza. I dipinti su tela erano
presumibilmente con questa seconda imprimitura che ne
garantiva una maggiore elasticità. Per la tela si
scelsero colle meno rigide della caseina (la cosidetta
colla di formaggio), quest'ultima adatta per le tavole
per la sua rigidezza ed insolubilità che ne garantiva
una maggior resistenza all'umidità.
Quindi in definitiva nel corso del sedicesimo secolo alla
preparazione tradizionale a colla e gesso (che era una
imprimitura chiara) seguirono sempre più preparazioni
colorate che andavano spesso a sovrapporsi ad una prima
imprimitura di gesso e colla e contenevano anche
dell'olio di lino o di noce con l'aggiunta di pigmento
colorato. Citando le parole del Vasari nella sua opera
famosissima "le vite" troviamo una descrizione
eccola: "Ma per mettere in opera questo lavoro si fa
così: quando vogliono cominciare, cio è ingessato che
hanno le tavole o quadri, gli radono, e datovi di
dolcissima colla quattro o cinque mani con una spugna,
vanno poi macinando i colori con olio di noce o di seme
di lino (benché il noce è meglio, perché ingialla
meno), e così macinati con questi olii, che è la
tempera loro, non bisogna altro, quanto a essi, che di
stendergli col pennello. Ma conviene far prima una
mestica di colori seccativi, come biacca, giallolino,
terre da campane, mescolati tutti in un corpo et un color
solo, e quando la colla è secca impiastrarla su per la
tavola: il che molti chiamano la imprimatura".
Sempre il Vasari, l'illustre artista del Rinascimento,
parlando delle tele a olio e della loro preparzione
scrive ancora: "Gli uomini, per potere portare le
pitture di paese in paese, hanno trovato la comodità
delle tele dipinte, come quelle che pesano poco et
avvolte sono agevoli a traportarsi. Queste a olio,
perch'elle siano arrendevoli, se non hanno a stare ferme
non s'ingessano, attesoché il gesso vi crepa su
arrotolandole; però si fa una pasta di farina con olio
di noce, et in quello si metteno due o tre macinate di
biacca; e quando le tele hanno auto tre o quattro mani di
colla che sia dolce, ch'abbia passato da una banda a
l'altra, con un coltello si dà questa pasta, e tutti i
buchi vengono con la mano dell'artefice a turarsi. Fatto
ciò, se li dà una o due mani di colla dolce e dapoi la
mestica o imprimatura, et a dipignervi sopra si tiene il
medesimo modo che agl'altri di sopra raconti". In un
altro passo dalle vite: "questo modo è paruto
agevole e comodo, si son fatti non solamente quadri
piccoli per portare attorno, ma ancora altre opere di
storie grandissime; come si vede nelle sale del palazzo
di san Marco a VENEZIA, ed altrove: avvegna che dove non
arriva la grandezza delle tavole, serve la grandezza e il
comodo delle tele".
CONSIDERAZIONI: Per le tele fondamentali risultavano
quindi essere per l'elasticità la biacca e l'olio. Per
le tavole invece l'imprimitura era fatta con gesso e
colla. Un imprimitura a gesso e colla è molto assorbente
ed è più adatta alla tempera. L'olio infatti su un
imprimitura a gesso e colla viene assorbito in gran
quantità e dato che col tempo ingiallisce fa ingiallire
anche un po' la preparazione che lo ha assorbito. Molto
importante per la conservazione della luminosità di un
quadro ad olio è il fondo bianco. Il quadro fatto con il
medium olio nel tempo ingiallisce e scurisce ed inoltre
vi è una perdita di capacità coprente. Se il fondo è
bianco però la perdità di capacità coprente compensa
l'inscurimento dell'olio facendo affiorare il biancore
dell'imprimitura. Comunque il grado di assorbenza e
soprattutto la porosità dell'imprimitura hanno un ruolo
importante per l'aderenza degli strati pittorici.
Importante è anche la porosità perchè un fondo troppo
liscio potrebbe far scivolare la pittura (soprattutto con
l'uso dell'olio di papavero che si restringe molto
nell'asciugatura ed è più sensibile al calore, più di
dell'olio di lino). Molto importante nella pittura ad
olio è dipingere grasso su magro e quindi gli abbozzi
vanno dati più a corpo mentre le velature finali sono
più diluite.
TIPI DI PITTURA
pittura su tavola, pittura su tela, pittura murale,
pittura vascolare, pittura ad acquerello, pittura a
encausto, pittura a olio, pittura a tempera
La pittura su tavola
-Il supporto
Il supporto più diffuso, anche se non l´unico (si
possono infatti usare carta, tela, pietra e pergamena
come nei codici miniati), per la pittura a tempera, è
costituito da legno ben stagionato di pioppo, tiglio o
salice (ma anche noce e quercia). Spesso la tavola si
compone di più assi saldate fra loro da colla di caseina
e con traverse inchiodate sul retro. Il difetto
principale di quest´intelaiatura così rigida (cui si
cerca spesso di supplire in sede di restauro) è di
impedire i naturali movimenti del legno, dovuti alle
variazioni ambientali di temperatura ed umidità: si
generano così spaccature ed incurvature della tavola.
Già nel XV secolo del resto si usano talvolta traverse
scorrevoli inserite in incavi a coda di rondine per
ovviare a questo inconveniente.
Il lato della tavola destinato a ricevere la pittura
viene ben spianato; si procede all´eliminazione di nodi
e cavità (colmate con segatura mista a colla), mentre i
chiodi vengono ribattuti e coperti con sottili lamelle di
stagno, con strati di cera, o con tasselli lignei, per
evitare il formarsi di ruggine.
La tavola lignea deve essere preparata per ricevere la
pittura. Col termine preparazione si intendono tutti gli
strati intermedi fra il supporto e la pellicola
pittorica. Essa può essere ottenuta in modi più o meno
sofisticati: generalmente si procede con gesso unito ad
un legante, come colle proteiche o la colla di pelle.
Tale composto, una volta steso in vari strati, viene
levigato e lisciato.
In altri casi la superficie della tavola, dopo esser
stata spalmata con vari strati di colla animale, viene
lasciata essiccare e quindi ricoperta con una tela di
lino. Questa cosiddetta ´impannatura´, o meglio
´incammottatura´, giova ad attenuare l´intensità dei
movimenti del legno, offrendo una superficie più stabile
agli stati soprastanti. Il passo ulteriore è costituito
dall´ ingessatura della tavola. Sul lino si stendono
vari strati di ´gesso grosso´ e colla, li si lascia
seccare per alcuni giorni, poi se ne applicano altri di
colla e gesso sottile, cioè sciolto in acqua e scaldato
a bagnomaria. Quando l´ultimo strato è ben asciutto, lo
si raschia accuratamente in modo da ottenere una
superficie liscia e compatta. A questo punto la tavola è
pronta a ricevere la pellicola pittorica.
-I pigmenti
La pittura su tavola fa spesso ricorso alle cosiddette
tempere. Esse nascono dall´ unione di pigmento sciolto
in acqua e legante.
Leganti sono chiamati quelle sostanze con le quali
vengono mescolati i pigmenti per farli aderire al
supporto. In base alla natura del legante si ottengono
tempere magre oppure grasse.
Le tempere magre si sciolgono in acqua e sono ottenute
con un legante di origine animale, come l´uovo, la
caseina del latte, le collette animali di pelle,
pergamena osso e pesce; oppure vegetale, come il lattice
di fico, le gomme e le farine di cereali.
Le tempere grasse invece sono quelle che contengono come
leganti, oltre alle sostanze precedenti, anche olii
grassi e resine.
-La verniciatura
L'ultima fase dell´esecuzione di una pittura a tempera
su tavola è costituita dalla verniciatura, tesa a
conferire alla superficie colorata ulteriore brillantezza
ed un certo grado di protezione. Questa delicata
operazione deve essere compiuta molto tempo dopo il
completamento del dipinto per consentire una perfetta
essiccazione dei colori. La vernice tiepida, costituita
da mastice, sandracca o altre resine naturali ed oli
vegetali come il lino, il ricino e la canapa, viene stesa
con le mani o con una spugna sulla tavola posta sotto il
sole, al riparo dalla polvere. La vernice però, in
genere, non deve assolutamente toccare eventuali parti
dorate, che ne sarebbero danneggiate. Terminata
l´operazione, il dipinto viene lasciato asciugare al
sole.
La pittura sul muro
-La pittura a fresco,
più comunemente definita "affresco", è così
chiamata perché viene eseguita su un intonaco di malta
(sabbia e calce) fresca, cioè sufficientemente saturo
d'acqua. I colori sono costituiti da pigmenti che non
contengono alcun fissativo ma vengono mescolati al latte
di calce e una volta stesi sulla malta, si incorporano
strettamente con il loro supporto di cemento.
-La pittura a encausto è una tecnica pittorica antica
(adottato dai greci, proseguì fino ai primi anni del
Cristianesimo, soprattutto nei paesi mediterranei e
medio-orientali) consistente nell'uso di colori diluiti
con cera fusa. Nonostante gli eccellenti risultati, tale
tecnica venne soppiantata dall'affresco e, a parte
qualche esempio medievale, dovette attendere parecchi
secoli prima di ottenere una parziale riabilitazione.
Tuttora viene spesso confuso con l'affresco, poiché
quest'ultimo a volte veniva sottoposto a lavoro ultimato
e asciutto, ad un trattamento con cera vergine di api,
che lo rendeva così molto affine all'encausto.
-La pittura a tempera, come gran parte delle tecniche
pittoriche utilizzate ancor oggi, ha radici molto lontane
nel tempo: nell'ambito della pittura, unitamente
all'affresco, è uno dei mezzi più antichi in senso
assoluto. Genericamente per "tempera" si
intende un impasto cromatico ottenuto unendo il pigmento
colorato con sostanze collanti (leganti) quali l'uovo, il
latte di fico, le cere o altre sostanze sempre solubili
in acqua. Con la metà del Quattrocento, questa tecnica
iniziò lentamente ad accogliere componenti oleosi,
avvicinandosi sempre di più a quella materia che poi si
sarebbe chiamata pittura ad olio.
-Il trompe l'oeil è un'antichissima forma di decorazione
già utilizzata dai greci e dai romani, basta pensare a
certe viste dipinte nelle case di Pompei con finte
architetture o finti giardini.
Il termine "trompe l'oeil", che tradotto
significa "ingannare l'occhio", identifica una
tecnica pittorica che imita il reale tanto da poter
eliminare una parete esistente e farla diventare un
giardino, un terrazzo, una vista sul mare, una libreria,
una porta...
-La pittura murale moderna nata in Messico agli inizi
degli anni Venti, il muralismo ha contribuito a
svecchiare le antiche prassi di pittura murale su grandi
dimensioni, anche se molte tecniche sperimentali non
hanno dato buoni risultati (nel senso della conservazione
dell'opera stessa). Infatti i murales sono stati dipinti
con varie tecniche, ma quasi mai sono
"affreschi" nel senso tecnico della parola,
poiché si tratta per la maggior parte dei casi di
"pittura su muro" realizzati con leganti
sintetici come il silicone o la piroxilina.
RESTAURO DI DIPINTI
PULITURA
- la rimozione delle macchie superficiali dovute a
colature, schizzi etc.;
- la rimozione dello sporco superficiale depositatosi e
parzialmente inglobatosi nel corso del tempo sulla
superficie dell'opera;
- la rimozione delle ridipinture debordanti, snaturanti,
deturpanti o semplicemente alterate;
- la rimozione, o meglio l'assottigliamento, degli strati
protettivi alterati (le vernici sovrammesse e talvolta
anche le vernici originali) che impediscono o limitano
fortemente la corretta lettura dell'opera.
E' facile comprendere come la pulitura sia l'operazione
più delicata e rischiosa alla quale può essere
sottoposta un'opera d'arte, dato il suo carattere
completamente irreversibile. Non è un caso che in
relazione a questo particolare intervento siano spesso
sorte aspre polemiche che, oltre ad aver messo in luce i
possibili danni connessi all'operazione, hanno anche reso
evidente come non esistano e difficilmente potranno mai
esistere norme precise a cui attenersi, ma si debba
forzatamente affidarsi - caso per caso - alla competenza
e alla sensibilità di chi materialmente deve eseguire la
pulitura e che, sebbene confortato da ogni possibile
aiuto offerto dalla scienza, ne sarà sempre il
responsabile.
I problemi non sono soltanto di pulitura a fondo o di
pulitura che rispetti la patina, ma sono problemi che
riguardano la composizione e la struttura stessa
dell'opera.
Il dipinto, come abbiamo visto, non sempre consiste in
uno strato di pittura coperto da una mano di vernice
applicata in seguito come strato protettivo. Se così
fosse il problema sarebbe, se non risolto, sicuramente
semplificato. In realtà, non solo la vernice può essere
stata applicata dal pittore stesso ma può esservi stata
l'intenzione di ottenere con questa un preciso effetto,
anche nel tempo. Inoltre l'artista può aver steso la
vernice sull'opera prima di portarla a compimento: lo
strato facilita infatti la sovrapposizione delle velature
e sappiamo di pittori che avevano l'abitudine di
ritoccare le loro opere finite. Quando poi sono state
utilizzate vernici pigmentate con lo scopo d'infondere
una intonazione generale e armonizzante all'opera, o a
parti di essa, non è neanche possibile distinguerle
dalla pittura: e in questo la scienza purtroppo non può
dare alcun aiuto, poiché l'analisi potrebbe esprimere
l'identità chimica dei materiali usati per le velature e
per l'ultima mano.
Tenendo presente tutti questi problemi, possiamo comunque
generalizzare affermando che l'operazione di pulitura si
effettua avendo come riferimento la differenza di
solubilità tra la pittura originale e ciò che deve
essere rimosso, in quanto l'intervento è sostanzialmente
condotto attraverso la solubilizzazione delle sostanze da
eliminare, a cui deve fare seguito la rimozione della
soluzione o l'asportazione meccanica del gel venutosi a
formare.
Una differenza di solubilità si può avere quando vi
siano differenti materiali o anche un differente grado di
invecchiamento fra materiali della stessa natura.
Comunemente vengono fatte delle distinzioni fra solventi
deboli e forti ma ciò può avere senso solo in
riferimento a una specifica sostanza. Si pensi, ad
esempio, all'acqua, che non ha potere solvente sulla
pittura ad olio e discioglie con facilità un guazzo, un
acquarello o una tempera magra.
La composizione delle vernici
Negli antichi trattati si parla di vernici a base di
chiara d'uovo, cere, olii essiccativi, gomme, resine
sciolte in essenze o in olio. E' necessario, quindi,
procedere sempre a test preliminari che garantiscano
l'innoquità dell'operazione. Si escludono quei solventi
che potrebbero presentare dei danni non solo immediati,
ma anche a lunga scadenza; per questo si rinuncia all'uso
dei solventi a forte e lunga ritenzione come glicoli,
butilammina, tetraclorometano, etc. Solventi a base
acquosa devono poi essere utilizzati con estrema prudenza
perché numerosi materiali potrebbero esserne
danneggiati. L'impiego di solventi dovrà inoltre tener
conto della tossicità per l'operatore e quindi
richiederà particolari precauzioni.
Dal punto di vista metodologico non potrà comunque che
essere consigliata una azione graduale con un'attenta
osservazione al microscopio bioculare e una eliminazione
differenziata di ciò che deve essere rimosso, anche
utilizzando mezzi che mantengano in sospensione i
solventi e facendo uso dell'azione meccanica della punta
di un bisturi.
Dati i rischi a cui è sottoposto l'operatore nell'uso
dei solventi poichè tutti i solventi organici dovrebbero
essere considerati tossici e vista la loro scarsa
selettività nei confronti dei materiali, sono state
intraprese da circa venti anni ricerche sull'uso nella
pulitura di sostanze e metodiche alternative
CONSOLIDAMENTO
-Velinatura
Come operazione protettiva, la velinatura viene spesso
effettuata prima di rimuovere un dipinto che necessiti di
un restauro, in modo da impedire che parte del film
pittorico possa distaccarsi e perdersi nel corso delle
successive operazioni. L'intervento consiste nello
stendere del collante sul film pittorico, protetto da
speciali carte non soggette a contrazione e ad alto grado
di assorbimento. Tuttavia questo collante consentirà una
penetrazione negli strati pittorici discontinua e perciò
non sufficiente a garantire stabilità e solidità
all'insieme.
-Fermatura del colore
Il sollevamento e il distacco dal supporto di porzioni di
materia è un fenomeno frequentemente riscontrabile: in
genere sono frammenti e foglie di pellicola pittorica
che, per cause diverse si trovano in condizioni di scarsa
adesione o prossimi a cadere. Si rende quindi necessario
"riportare i frammenti a contatto del substrato o
tra loro, inserendo un adesivo che assicuri una funzione
stabile e permanente". Nell'operazione ci si avvale
quindi di sostanze che siano capaci di creare forze
attrattive tra le due superfici in contatto. Le modalità
di applicazione sono svariate e dipendono essenzialmente
dal tipo di adesivo impiegato, quest'ultimo è
classificabile sulla base dello specifico meccanismo di
adesione : evaporazione del solvente, processo chimico,
fusione e risolidificazione, pressione; o in relazione
alla sua origine e natura chimica : animale, vegetale, di
sintesi, cere, oppure in base all'applicazione alla quale
è destinato.
-Consolidamento del colore
La necessità di un intervento di consolidamento del
colore è da porre in relazione alla perdita di coesione
di un materiale con un conseguente aumento della propria
porosità. "Il risanamento di un materiale decoeso
richiede l'impregnazione della microporosità acquisita
mediante un liquido consolidante, cioè capace, una volta
penetrato, di passare allo stato solido",
ripristinando la coesione. I consolidanti possono essere
di origine naturale (animale, vegetale) o sostanze di
sintesi. Molte di queste sostanze sono anche adesive ma i
consolidanti devono soddisfare un maggior numero di
esigenze: devono infatti avere capacità di
impregnazione, tempo di presa lento, compatibilità con i
materiali originali e stabilità chimica e fisica. Non
devono invece possedere nessuna azione solvente o
reattiva verso il materiale da consolidare. I
consolidanti possono essere applicati in soluzione, per
fusione o possono essere dei monomeri polimerizzabili. La
mancata chiarezza sulle reali differenze tra sostanze
adesive e consolidanti, e di conseguenza sulle operazioni
di fermatura e di consolidamento del colore, ha spesso
generato equivoci ed errori negli interventi.
-Miglioramento della superficie
Le condizioni dello strato pittorico vengono controllate
prima della velinatura protettiva per verificare
l'opportunità di eseguire il "miglioramento della
superficie", ovvero attenuare il rilievo delle
eventuali scodellature. Questo intervento può essere
eseguito, dopo aver opportunamente trattato gli strati
pittorici, con ferri da stiro o con l'ausilio della pompa
a vuoto.
RINTELATURA O FODERATURA.
Nel restauro è l'operazione volta a consolidare la tela
di un dipinto per mezzo dell'applicazione di una nuova
tela su di essa, tramite materiali adesivi. I metodi
utilizzati variano in relazione alla composizione degli
strati del dipinto (dalla tela, alla preparazione, al
colore) e comunque tendono ad agire avendo cura di non
alterare le caratteristiche della superficie (pennellate
in rilievo) e quelle dovute al normale invecchiamento
delI'opera (craquelure). I metodi più diffusi sono
riconducibili alle così dette rintelature a pasta, a
cera-resina, o a rintelature con materiali sintetici.
-Rintelatura a cera resina
Tecnica di foderatura documentata dalla fine del XVIII
secolo e tipica dei paesi nordici, dove si è diffusa
favorita dalle caratteristiche del clima, rigido e umido.
Si caratterizza per l'uso di un adesivo composto da cera
mista a resina che, steso sul verso, viene fatto aderire
mediante una stiratura con ferro da stiro o tramite l'uso
di una tavola calda. La tecnica evita quindi l'apporto di
umidità al dipinto caratterizzandosi per una buona
permanenza delle caratteristiche adesive nel tempo e per
la resistenza agli attacchi microbiologici. Tuttavia,
oltre al rischio di una modificazione dell'aspetto
cromatico dell'opera, l'operazione non assicura una
completa reversibilità, in quanto, seppure è possibile
rimuovere la nuova tela riscaldando l'adesivo, non è
possibile agire sulla cera resina che è andata a
impregnare il supporto originale. Per tali motivi la
tecnica è stata oggi per lo più abbandonata a favore di
metodi che prevedo l'utilizzo di adesivi sintetici.
-Rintelatura a colla pasta
Tecnica di foderatura documentata già nel XVII secolo.
Si caratterizza per l'uso di una colla pasta che, nella
tradizione fiorentina, è composta da farina di frumento,
farina di segale, farina di semi di lino, acqua,
trementina veneta, fungicida e colla forte. La tecnica
impiega quindi materiali che possiedono una buona
compatibilità con quelli originali, facilmente
asportabili e dal discreto potere adesivo. Tuttavia,
oltre ad agire negativamente su materiali sensibili
all'umidità, la colla pasta perde con il tempo il suo
potere adesivo e tende a vetrificare e quindi a
irrigidire. Una particolare attenzione nei confronti
delle condizioni ambientali in cui conservare un dipinto
così trattato risulta quindi fondamentale, anche per
prevenire eventuali attacchi di microrganismi. Francese:
Rentoilage à la colle de pate - Inglese: Glue-paste
lining - Spagnolo: Reentelado a pasta de harina -
Tedesco: Kleisterentoillierung.
-Rintelatura a strisce o strip lining, falsi margini.
Applicazione di strisce di tela lungo i bordi della tela
originale per facilitare una operazione di rintelaiatura
senza dover ricorrere - perché giudicata non necessaria-
ad una rintelatura.
STUCCATURA
dei dipinti su tela e tavola
La prima fase della reintegrazione prevede una stuccatura
della lacuna, eseguita generalmente facendo colare sulla
zona interessata gesso e colla caldi. Il gesso, una volta
essiccato, viene portato al livello della superficie
pittorica grattando l'eccesso con la lama di un bisturi.
Le pennellate e le imperfezioni della superficie
originale vengono in seguito imitate con gesso e colla
diluiti in una maggiore quantità d'acqua. In alcuni casi
può essere aggiunta al gesso una certa quantità di
pigmento colorato allo scopo di dare una intonazione
simile a quella della preparazione originale.
RESTAURO PITTORICO
-Reintegrazione pittorica
Nell'ambito del restauro di una superficie pittorica è
l'intervento teso a ricreare un collegamento cromatico o
cromatico e formale laddove sono presenti lacune o
abrasioni della pellicola pittorica. Si tenga presente
che uno degli obiettivi del restauro è quello di
restituire l'opera a una fruizione che, oggi più che
mai, coinvolge larghe fasce di pubblico, il più delle
volte impreparate a leggere un dipinto caratterizzato da
lacune, come accadrebbe nella maggior parte dei casi se
il restauro si limitasse esclusivamente alla
conservazione del dato fisico. Fermo restando che è
necessario valutare quanto e come una lacuna, per
dimensioni e posizione, possa danneggiare la visione
dell'opera, è stato osservato che la conservazione pura
e semplice di un'immagine mutila può spronare
l'osservatore a una restituzione fantastica, e comunque
fondata sul suo grado di cultura. Fermo restando la
necessità dell'intervento, nel rispetto di uno dei
postulati fondamentali del restauro, questo verrà
eseguito (qualsiasi tecnica sia stata scelta) ad
acquerello, a guazzo o con colori a vernice, in modo da
avere le maggiori garanzie di reversibilità
dell'operazione. (Reintegrazione a neutro, reintegrazione
a rigatino, reintegrazione ad astrazione cromatica,
reintegrazione a selezione cromatica, ringranatura.
-Reintegrazione pittorica selettiva
Reintegrazione pittorica in cui l'intervento è attuato
in modo tale che a una certa distanza risulti
impercettibile ma si evidenzi chiaramente a una visione
ravvicinata. Si tratta in altri termini di un intervento
eseguito mediante l'accostamento e la parziale
sovrapposizione di brevi tratteggi (vedi reintegrazione a
rigatino, reintegrazione a selezione cromatica,
reintegrazione ad astrazione cromatica) o puntini di
colori selezionati che, a distanza, appariranno come una
vibrazione di colore in armonia con la cromia locale o
generale del dipinto.
-Reintegrazione a rigatino o a righettino.
Intervento di reintegrazione pittorica in cui il
collegamento cromatico tra la lacuna e la zona
circostante viene eseguito tramite un tratteggio
verticale, in sintonia con i valori cromatici locali, in
modo tale che da lontano l'intervento risulti
impercettibile ma si evidenzi chiaramente a una visione
ravvicinata. La metodica, messa a punto dall'Istituto
Centrale del Restauro di Roma, differisce rispetto alla
reintegrazione a selezione cromatica (vedi) per l'uso di
colori anche miscelati e per l'andamento del tratteggio
in senso verticale, ovvero senza un andamento direzionale
che segua il ductus degli elementi formali circostanti.
-Reintegrazione a selezione cromatica o a selezione del
colore.
Negli interventi di reintegrazione pittorica a tratteggio
si definisce a selezione cromatica un collegamento sia
cromatico sia formale della lacuna con il resto del
dipinto, eseguito con la stesura di trattini di colore
puro, applicati a stesure successive e sovrapposte. La
metodica, definita negli anni Settanta da Umberto Baldini
e Ornella Casazza, trova applicazione "laddove la
lacuna è ricostruibile nella sua realtà cromatica e
figurale senza che detta ricostruzione porti con sé
dubbi, arbitrarietà interpretative, plurime soluzioni
formali o cromatiche". Tale metodica trova impiego
anche nel collegamento di una lacuna determinatasi in una
superficie dorata, in particolare con l'applicazione in
successione a tratteggio dei colori giallo, rosso e verde
-Reintegrazione ad astrazione cromatica
Tra gli interventi di reintegrazione pittorica a
tratteggio di una superficie pittorica si definisce ad
astrazione cromatica un collegamento esclusivamente
cromatico della lacuna, eseguito con la stesura di
trattini di colore puro applicati a stesure successive e
sovrapposte. La metodica, definita negli anni Settanta da
Umberto Baldini e Ornella Casazza (e oggi scarsamente
applicata per la complessità del procedimento), ha
trovato applicazione nel caso di lacune di una certa
dimensione o comunque localizzate in modo tale da
lasciare dubbi sull'arbitrarietà di un eventuale
ricollegamento formale. In questo caso (a differenza di
quanto accade con la selezione cromatica, vedi, e al pari
della reintegrazione a neutro, vedi), non si terrà conto
delle tonalità circostanti la lacuna, ma si cercherà di
individuare una cromia che risulti dalla somma dei valori
cromatici dell'insieme del dipinto.
Reintegrazione a neutro
Intervento di reintegrazione pittorica che prevede un
trattamento delle lacune con il medesimo colore, per lo
più steso a corpo, senza ricostruzione degli elementi
formali. Ampiamente utilizzata negli anni Settanta, la
reintegrazione a neutro viene oggi per lo più impiegata
solo per lacune di grandi dimensioni.
-Reintegrazione imitativa sottotono
Intervento di reintegrazione pittorica di tipo imitativo
(vedi reintegrazione imitativa), ovvero teso a
ricostruire un collegamento cromatico e formale della
lacuna con il resto del dipinto, offrendo comunque la
possibilità di individuare l'area di intervento grazie
all'uso di tonalità più chiare (sottotono) rispetto a
quelle circostanti.
-Reintegrazione imitativao restauro imitativo, restauro
competitivo, restauro mimetico.
Intervento di reintegrazione che non permette di
distinguere le parti restaurate da quelle originali. Per
quanto ancora ampiamente praticato sia in Italia sia
all'estero, questo metodo si scontra evidentemente con
uno dei postulati fondamentali del restauro delle opere
d'arte: la riconoscibilità dell'intervento. La varia
terminologia utilizzata appare assolutamento esplicita,
sottolineando la volontà di nascondere e quindi
mimetizzare l'operazione (restauro mimetico), imitare gli
elementi figurali del dipinto (restauro imitativo), fino
a entrare in vera e propria competizione con l'autore
dell'opera (restauro competitivo).
-Ringranatura
Nel gergo del restauro indica un atto di reintegrazione
pittorica a piccolissimi ritocchi, su zone del dipinto
abrase ma ancora leggibili, in modo da restituire un
tessuto pittorico più compatto ed omogeneo.
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